Il prezzo della resistenza: come il blocco navale affama l’Iran
A war non si combatte solo con i missiles , ma anche con le ships e le sanzioni. Il blocco navale imposto dagli Stati Uniti a metà aprile sta stretto intorno alle rotte commerciali iraniane, e il suo effetto più tangibile non è militare, ma economico: sta accelerando il decline di un’economia già provata da settimane di bombardamenti e crisi interne. Fabbriche distrutte, strade interrotte, infrastrutture logorate: il Paese arranca, e il potere d’acquisto della popolazione crolla a ritmi allarmanti. Mentre il regime tenta di resistere, milioni di iraniani sentono sulla pelle il peso di una crisis che non risparmia nessuno.
I numeri parlano chiaro. L’inflazione annua è salita dal 40 al 53,7 per cento in un solo mese — il primo di guerra — e il currency iraniano ha toccato il minimo storico: 1,8 milioni per un dollaro, con un crollo dell’8 per cento in una giornata. Un pezzo di cheese a Teheran ora costa 6,7 milioni di rial (circa 4,30 euro), mentre la beef importata via mare raggiunge i 6 euro al chilo — una cifra insostenibile in un Paese dove lo stipendio minimo è di appena 110 euro. Anche l’aumento dei salari deciso a marzo è stato spazzato via dall’inflazione, e i sussidi statali per riso e carburante valgono sempre meno. Il costo della vita divora redditi già magri.
Il blocco navale ha anche un costo in termini di jobs . Secondo Gholamhossein Mohammadi, funzionario del ministero del Lavoro, circa un milione di persone ha perso il posto. Alcuni perché sfollati, altri perché lavoravano in settori colpiti dai bombardamenti o perché l’accesso a internet — fondamentale per molte professioni — è stato bloccato. E molte aziende che dipendevano dal trade con l’estero hanno dovuto licenziare. Le Nazioni Unite prevedono che tra i 3,5 e i 4,1 milioni di iraniani potrebbero scendere sotto la soglia di povertà, guadagnando meno di 8,30 dollari al giorno. È un collasso socioeconomico in piena regola.
Ma il blocco non sta avendo l’effetto politico sperato da Trump: spingere l’Iran a negotiate . Il regime, abituato a resistere alle pressioni occidentali dopo decenni di sanzioni, preferisce far soffrire la popolazione piuttosto che cedere. Le proteste di gennaio, nate dal malcontento economico, sono state represse con brutalità. Ora Teheran cerca strade alternative: esporta petrolio attraverso l’Armenia, l’Azerbaijan e il mar Caspio, evitando lo stretto di Hormuz. Chiede ai cittadini di risparmiare electricity e di usare meno le auto. È una guerra di resistenza, e non è chiaro chi cederà per primo.
Il blockade blocco navale colpisce i civili, non il regime. Chi paga sono sempre i più poveri.
Eppure l’economia iraniana ha resistito a molto. Questa volta sarà diverso?
Il diritto internazionale permette blocchi in tempo di guerra, ma la loro impact impatto umanitario deve essere considerato.
L’inflazione al 53,7% è devastante. Come fai a pianificare un futuro con numeri così?
Se riescono a esportare via Caspio, forse hanno una via di uscita. Ma sarà sufficiente?
Le sanzioni non portano mai alla pace. Solo sofferenza, rabbia e divisione.
Il regime ha scelto la sopravvivenza a ogni costo. La gente muore di fame, ma loro non mollano.