L'altra Rete degli anarchici: chat segrete e anonimato totale, dopo l'esame politico
In un mondo dominato da piattaforme che tracciano ogni clic, esiste un'underground network che sfugge al controllo: quella degli anarchici digitali. Questi collettivi non si limitano a criticare lo Stato o le big tech, ma costruiscono una loro digital infrastructure parallela, fatta di server autogestiti, messaggi cifrati e identità nascoste. Il loro obiettivo? Comunicare in total anonymity , senza lasciare tracce utilizzabili da forze dell’ordine o aziende. A differenza di app come Telegram, che promettono privacy ma conservano dati, questi servizi sono progettati per non saperne nulla degli utenti.
Uno dei pilastri di questa galassia è A/I Autistici-Inventati, collettivo radicato in provincia di Pisa. Gestiscono migliaia di caselle email, blog e mailing list ospitati su server propri, finanziati solo da donazioni. Per accedere, non basta un indirizzo: serve un political screening , un colloquio scritto che verifica l’allineamento con i principi di antifascismo, antimilitarismo e antirazzismo. Una volta superato, le chat vengono cancellate. Il sistema non chiede dati personali né li conserva, riducendo al minimo il risk di esposizione. Anche i protocolli usati — come Jabber e IRC — sono eredi delle vecchie reti decentralizzate degli anni '90, aggiornati per resistere alla sorveglianza moderna.
Tra i servizi offerti, spiccano strumenti estremi come i anonymous remailers e Nym, che permettono di scrivere con pseudonimi non riconducibili. C’è chi usa queste piattaforme per attività di counter-information , come il sito LaNemesi, che pubblica rivendicazioni di azioni violente. Ma ci sono anche servizi neutri, come i Pad di Cisti: documenti condivisi senza tracciamento, accessibili solo tramite link. Chiunque può scrivere, modificare o invitare altri, tutto in forma completely hidden . Anche lo streaming audio protetto, offerto da Indivia, rientra in questa logica di comunicazione al riparo dagli occhi esterni.
L’accesso avviene spesso attraverso Tor, il browser del dark web, che rende quasi impossibile rintracciare l’origine del traffico. Alcuni collettivi, come AvANa a Roma, formano attivisti su come difendere i dispositivi durante fermi o sequestri. App come quelle su Fdroid possono cancellare automaticamente i dati se qualcuno tenta di forzare lo sblocco. Perché, come ricorda l’anarchico Hakim Bey, la tecnologia va usata contro il sistema stesso. Non si tratta solo di privacy, ma di direct action nel digitale: costruire alternative funzionanti, non solo criticare quelle esistenti.
Il political screening esame politico è una scelta forte. Da un lato garantisce coerenza, dall’altro rischia di diventare un filtro ideologico che esclude anche chi condivide l’obiettivo della privacy.
Usare Tor e server autogestiti è complicato per la maggioranza. Questi strumenti sono potenti, ma il barriera d'ingresso è altissima per chi non ha competenze tecniche.
È ipocrita? Forse. Ma il punto non è l’ideologia: è che stanno costruendo un real alternative alternativa reale a Big Tech. Molti parlano di decentralizzazione, loro la fanno.
Se da un lato apprezzo il impegno per la privacy, dall’altro non posso ignorare che alcune piattaforme ospitano contenuti estremi. Il confine è sottile.
A/I esiste da anni e ha resistito a diversi attacchi giudiziari. Il fatto che le procure trovino solo un pugno di mosche dimostra che il technical setup sistema tecnico funziona.
Hakim Bey aveva visto giusto: usare la tecnologia contro il potere. Oggi più che mai, chi controlla la rete controlla l’informazione.