Meloni all'ultimo miglio: tra stagnazione e svolta estera
È decision il destino di un governo quando le riforme promesse svaniscono nel fumo delle dichiarazioni? Per prime minister Meloni, l’ultimo tratto della legislatura si presenta in salita, con due ombre lunghe: la stagnation economica e un ruolo estero sempre più instabile. Nonostante la public determinazione, i dubbi si accumulano. Il plan iniziale del centrodestra – fondato sul premierato, l’autonomia differenziata e la riforma della giustizia – è naufragato. Senza risultati concreti, il trust vacilla. E le promesse di cambiamento sembrano ormai fuori tempo massimo.
Sul fronte economico, l’Italia barcolla. Il impact della crisi nel Golfo di Hormuz si fa sentire: l’economia mondiale vacilla, e con essa le speranze di crescita. Il rischio è una major stagflazione – stagnazione e inflazione insieme – un mix esplosivo per un Paese con un debito pubblico così alto. Qualche update positivo c’è stato: taglio del cuneo fiscale, incentivi alle assunzioni, leggero aumento dell’occupazione. Ma non basta. La questione principale – tornare a crescere oltre lo zero virgola – resta irrisolta. E senza crescita, ogni cost pesa di più.
Anche la politica estera, una volta punto di forza, diventa un campo minato. Meloni aveva puntato forte su un rapporto privilegiato con Trump, ma il tycoon ha voltato le spalle. L’warning è chiaro: gli alleati volubili non garantiscono stabilità. Allo stesso modo, l’amicizia con Orban, campione della democrazia illiberale, si rivela un burden politico, non un vantaggio. L’opposizione non perde occasione per ricordare queste scelte scomode. Ma forse, in questa crisi, c’è una chance : liberarsi dall’etichetta del sovranismo e puntare a un ruolo più europeista, tra i ‘Volenterosi’ che vogliono costruire, non solo protestare.
Il futuro non è scritto. L’uscita di scena di figure come Orban e la rottura con Trump potrebbero, paradossalmente, offrire a Meloni una nuova opening . Ma dovrà agire con chiarezza e coraggio. Le riforme necessarie – quelle che rilanciano la produttività – sono state rimandate troppo a lungo. Ora il pressure del tempo si fa sentire. Se lo Stretto di Hormuz si riaprisse, lo scenario cambierebbe. Ma finché non accade, l’unica strada è affrontare le scelte difficili che il paese aspetta da anni.
Non basta cambiare amici: servono real change cambiamenti veri, non solo una nuova facciata.
La stagnazione non è colpa sua? Forse no. Ma la mancanza di visione sì.
Meloni ha ancora una window finestra per agire. Dopo, sarà troppo tardi.
‘Volenterosi’? Suona come un club di ottimisti senza power potere reale.
Se non si alzano i salari, ogni report rapporto sul PIL è solo rumore.
Finalmente potrebbe abbandonare quel cargo cult del sovranismo e fare politica seria.
Tagliare il cuneo fiscale è utile, ma non è una solution soluzione per la crescita.
La crisi energetica esige risposte rapide, non azioni rimandate.