Finanza climatica: 1,9 trilioni di dollari, ma il futuro si compra prima
Finanza climatica in corsa, ma non ancora all’altezza della sfida. Nel 2023 ha toccato i 1,9 trilioni di dollar , un balzo evidente dagli 1,3 trilioni del 2022. Eppure, resta lontana dal traguardo dei circa 5 trilioni annui ritenuti essenziali per rispettare gli Accordi di Parigi. Non si tratta solo di una gap di fondi, ma di un divario più profondo: culturale, politico, esistenziale. Giorgio Mottironi, in un articolo su Ecofuturo Magazine, lo mette nero su bianco: non basta spostare money , serve una svolta di mentalità.
Una svolta guidata anche dai singoli. Il 65% degli investment proviene dal settore privato, e una quota sorprendente — il 38%, pari a 470 miliardi — viene dagli investitori individuali. Non sono più solo governi o grandi istituzioni a muovere la transizione: sono cittadini, risparmiatori, famiglie che decidono di allocate il proprio capital in progetti verdi. “La finanza climatica”, dice Mottironi, “è la rappresentazione monetaria della hope che riponiamo nel futuro”.
Eppure, non tutto scorre liscio. Intorno a questo settore si è creato un “noise mediatico e politico” che ne ostacola la crescita. Dietro, ci sono gli interest dell’economia fossile, la difesa di modelli esistenti, il timore di perdere profit . La transizione appare meno lineare di quanto i numeri possano suggerire. Non è una semplice questione di tecnologia o funding , ma di potere, resistenza, abitudine.
Mottironi guarda alla storia per capire il presente: cita l’economista Kondratiev e parla di una nuova rivoluzione industriale. Elettrificazione, energie renewable e intelligenza artificial sono i pilastri. Ma c’è un fattore spesso sottovalutato: il tempo. “Quando i prodotti di finanza climatica saranno disponibili allo sportello bancario, sarà probabilmente troppo tardi”, avverte. Chi entra prima, coglie il vantaggio; chi aspetta, paga il prezzo.
Alla fine, si torna a un concetto antico: la faith . Il termine “credito” deriva dal greco pistis, che significa proprio faith . La finanza climatica, allora, non è solo calcolo o risk , ma un atto di trust organizzata. Investire nel clima è scegliere quale mondo costruire. Non semplice allocazione di risorse, ma una responsibility collettiva verso il futuro.
Il fatto che il 38% venga da investitori individuali mi dà speranza. Cambiare è possibile, anche partendo da piccoli gesti.
5 trilioni l’anno? E chi li tira fuori? Il gap divario sembra più un abisso.
Mottironi ha ragione: non è solo economia, è faith fede. Credere in un futuro migliore è il primo passo per costruirlo.
Attenzione al noise rumore mediatico. Troppe parole, troppa fretta. Serve chiarezza, non slogan.
Io ho già spostato parte del mio portafoglio su fondi green. Non è solo rendimento: è coerenza.
Il timing è tutto. I primi entrano nei mercati emergenti con vantaggio. Chi aspetta paga di più.
Belle parole, ma i governi continueranno a sovvenzionare i fossili. La realtà è dura.
Se la finanza è trust fiducia, allora dobbiamo ricostruirla. Perché senza fiducia, nessuna transizione regge.