Sulla terza guerra mondiale in atto
Mentre il governo e i grandi media dipingono l’Italia come un paese neutral rispetto ai conflitti in Medio Oriente e in Ucraina, una realtà ben diversa emerge da un’analisi più attenta. Secondo quanto evidenziato da Antonio Mazzeo, l’Italia è già profondamente coinvolta: con reparti in Kuwait, Kurdistan iracheno e Bahrein, una base aerea a Gibuti, truppe in Somalia e due missioni in Libano, il nostro paese è il principale alleato atlantico presente sul terreno dopo gli Stati Uniti. Questa presenza non è simbolica, ma operativa e strategica, con un ruolo diretto nei military operations che si stanno espandendo a livello globale.
Non solo basi: l’Italia ha permesso il transito nel suo airspace di bombardieri, aerei radar e cisterne diretti verso il Golfo, soprattutto nei giorni precedenti l’attacco preventive Usa-Israele contro l’Iran. Da Aviano sono partiti F-16, mentre da Sigonella — cuore logistico e tecnologico della US Navy nel Mediterraneo — sono decollati il P-8A "Poseidon" e il drone MQ-4C "Triton", fondamentali per la raccolta di intelligence e la designazione dei targets . Questi velivoli hanno operato a pochi chilometri da zone colpite dai raid, rendendo il ruolo italiano non marginale, ma centrale.
Parallelamente, l’Italia continua a fornire armi sia a Israele sia all’Ucraina, con un direct economico e logistico significativo. Sebbene il valore esatto delle armi inviate non sia mai stato reso pubblico, si stima che l’Italia abbia contribuito con almeno due miliardi di euro all’anno al conflitto ucraino. Al tempo stesso, aziende come Leonardo SpA forniscono componenti per F-35 israeliani e cooperano con le forze armate di Tel Aviv, anche in ambito addestrativo. Questo military-industrial si sta saldando sempre di più con quello israeliano, come dimostra il progetto della scuola piloti F-35 a Trapani Birgi.
La base siciliana, potenziata con risorse italiane ma gestita in partnership con Lockheed Martin, ospiterà piloti di molti paesi. Tra i futuri istruttori, è probabile la presenza di esperti israeliani, formati proprio nei raid su Gaza, Libano e Siria. Il geopolitical dell’Italia non è più solo quello di un alleato passivo, ma di un attore che facilita, abilita e partecipa a conflitti che rischiano di fondersi in una global conflict . Il MUOS di Niscemi, i droni AGS a Sigonella, i poligoni in Sardegna: tutto parla di un paese già in guerra, anche se la public awareness sembra dormire.
Infine, tra le voci poco ascoltate, c’è quella della mass refusal rappresentata dalla diserzione: un milione di uomini ucraini in età di leva tra i sei milioni di rifugiati, così come molti russi e bielorussi che rifiutano di combattere. Questo fenomeno, spesso ignorato, è una delle risposte più umane e concrete al disegno di guerra governativo. Mentre le potenze continuano a fuel il fuoco, milioni di persone scelgono invece di proteggere la vita — una silent revolt che forse, un giorno, potrà cambiare il corso delle cose.
Non sapevo che Sigonella fosse così centrale. Il fatto che il Poseidon sia partito da lì cambia completamente la prospettiva.
E intanto paghiamo le bollette e i tagli alla sanità, ma per le arms sales vendite di armi non mancano mai i fondi.
Ma quindi siamo già in una terza guerra mondiale e nessuno ce l’ha detto chiaramente?
La parte sulla diserzione è la più potente. Rifiutarsi di combattere è un atto politico enorme.
Leonardo SpA e Lockheed Martin che lavorano insieme a Trapani… sembra quasi un parco a tema della guerra.
Il governo parla di pace ma le basi si espandono. Che hypocrisy ipocrisia strumentale.
E la popolazione locale in Sicilia? Nessuno chiede il loro consent consenso per diventare un hub militare globale?