Bankitalia: l’Italia riceve il 10% greggio, 11% gas e un quarto di raffinati dal Golfo
L’Italia riceve il petrolio greggio per circa il 10 per cento dai paesi del Golfo Persico, soprattutto da Arabia Saudita e Iraq, mentre l’11 per cento del natural gas proviene principalmente dal Qatar. Secondo una recent analysis della Banca d’Italia, un quarto dei refined products arriva dalla stessa regione, confermando una forte esposizione strategica a un’area sempre più instabile. Questa dipendenza, sebbene in linea con quella dell’eurozona per il greggio, risulta higher per il gas e i derivati raffinati, un dettaglio cruciale per la sicurezza energetica nazionale.
Il conflitto in Medio Oriente ha rimesso al centro dell’agenda i supply risks , con potenziali conseguenze dirette sui prezzi dell’energia. Bankitalia avverte che un aumento sostenuto dei costi del petrolio e del gas potrebbe widen significativamente il disavanzo energetico italiano, riducendo al contempo la competitiveness dei settori più energivori. I settori chimico, metallurgico e cartario, che da soli rappresentano il 16 per cento delle esportazioni manifatturiere italiane, sarebbero tra i più colpiti da un price surge .
In uno scenario neutro, con i prezzi del 2026 allineati ai futures di marzo, il disavanzo energetico si expand di poco più di mezzo punto di Pil. Ma in uno scenario più severo, la Banca d’Italia prevede un salto a quasi 2,5 punti, portando il deficit al 4,3 per cento. Nel 2022, a causa della guerra in Ucraina, il disavanzo aveva già toccato il 5,1 per cento: un precedente che mostra quanto l’Italia sia vulnerabile a external shocks sul fronte energetico.
Oltre ai flussi di energia, il Medio Oriente sta diventando un mercato sempre più rilevante per le exports italiane: nel 2025 assorbirà circa il 4 per cento del totale dei beni esportati. Le importazioni non energetiche, invece, restano marginali (meno dell’1 per cento), concentrate su basic chemicals e metalli come l’alluminio. Il conflitto potrebbe dunque influenzare non solo i costi, ma anche gli trade flows bilaterali, con ricadute dirette sulla politica estera e industriale italiana.
La situazione solleva domande urgenti sulla energy policy nazionale: fino a che punto l’Italia può permettersi di dipendere da una regione a rischio? E quanto è realistica la transizione verso fonti alternative se l’attuale modello di approvvigionamento resta così esposto? Bankitalia non fornisce risposte, ma il suo warning è chiaro: la stabilità economica del Paese è legata a filo doppio con equilibri geopolitici lontani e instabili.
Il fatto che dipendiamo dal Golfo per un quarter quarto dei prodotti raffinati è preoccupante. Non possiamo basare la nostra economia su fonti così volatile volatili.
Eppure ogni volta che si parla di energia ci si dimentica delle renewables rinnovabili. Abbiamo il sole, il vento, il mare… ma continuiamo a guardare a Est.
Quanto costa politicamente questa dipendenza? Oltre al bilancio, c’è un political cost costo politico enorme nel dover tacere su certe alleanze per non perdere le forniture.
Se il disavanzo sale al 4,3%, significa che paghiamo di più per importare e guadagniamo meno all’estero. È un doppio hit colpo all’economia.
Nel 2022 siamo arrivati al 5,1%. E ci siamo adattati. Forse il panico è un po’ esagerato.
Chi decide davvero la nostra energy strategy strategia energetica? Il governo, le lobby o i mercati internazionali?
Importiamo poco dal Medio Oriente in ambito non energetico, ma esportiamo il 4%. Se il conflitto frena gli purchases acquisti, perdiamo mercato.
La Banca d’Italia fa bene a ricordarlo: non è solo un problema di prezzi, ma di debolezza strutturale. Senza una riforma, siamo in mano agli eventi.