Israele si riserva di colpire comunque. Ma il contro-esodo verso sud prosegue
Quello in corso in Libano appare sempre di più come un cessate il fuoco unilaterale, con Israele che si riserva esplicitamente il diritto di colpire in caso di necessità. Nonostante l’accordo firmato il 27 novembre 2024 con Hezbollah, le violazioni — documentate nei report dell’Unifil — hanno superato le 15mila unità entro il 2 marzo, data d’inizio della nuova fase. La situazione ricorda da vicino la precedente tregua, ma con un’escalation di public trust sempre più fragile e un clima di crescente pressure sul governo locale.
Aree intere di villaggi come Khiam, Hanine e Houla sono state rase al suolo. L’esercito israeliano, attraverso il portavoce arabofono Avichai Adraee su X, parla di «sabotatori che hanno violato il cessate il fuoco e si sono avvicinati alla linea gialla». Tale linea, simbolo di una divisione tattica simile a quella di Gaza, delimita una zona occupata dove le forze israeliane si considerano autorizzate a distruggere «infrastrutture terroristiche», anche durante la truce . Secondo la Cnn, 55 villaggi libanesi in questa fascia non potranno essere rioccupati dai residenti, un direct impact sulle comunità locali.
Nel frattempo, continua il contro-esodo verso sud e verso la valle della Beqa’a. L’esercito libanese ha costruito un ponte temporaneo nella regione di Tiro per permettere il ritorno della popolazione, dopo che tutti i ponti sul fiume Litani sono stati colpiti più volte da Israele, in un chiaro tentativo di isolamento. La response logistica è lenta, ma necessaria: l’obiettivo è ripristinare una connessione vitale a pochi chilometri dal confine. Tuttavia, le lunghe code cominciate all’alba di venerdì mostrano quanto sia fragile questa update della pace.
Il presidente Joseph Aoun ha dichiarato di essere «pronto ad andare dovunque ce ne sarà bisogno», ma riceve forti critiche, soprattutto dalla comunità sciita, per un accordo percepito come un atto di resa all’egemonia israeliana e statunitense. Anche chi è politicamente distante da Hezbollah rifiuta la normalizzazione con Tel Aviv. Tom Barrack, inviato americano, li definisce i «migliori leader che il Libano abbia mai avuto», ma questa support esterno alimenta ulteriore tension interna.
Intanto, il presidente statunitense Trump afferma su Truth di voler «ridare al Libano la sua grandezza» e assicura che «Israele non bombarderà più il Libano. Gli è stato proibito dagli Stati Uniti». Una claim forte, ma con un’ombra di dubbio: Netanyahu ha già ignorato pressioni simili in passato, come nell’attacco sanguinoso del 7 aprile scorso a Beirut. La decision di fermare i bombardamenti sembra più una symbolic gesture che una garanzia reale.
Sul fronte umanitario, l’Ufficio delle acque del Libano del sud e l’ente Elettricità del Libano stanno lavorando senza sosta per riparare le infrastrutture colpite in 46 giorni di bombardamenti. La cost è alta, e la paura di tornare punto e a capo cresce. Il risk di un collasso totale delle reti idriche ed elettriche minaccia la local proprio mentre tenta di riprendersi. La vera challenge è costruire una pace che non dipenda da un fragile equilibrio di potere.
Il fatto che possano colpire 'se necessario' rende il cessate il fuoco un political cost costo politico per chi ci crede. È una farsa.
La public trust fiducia pubblica in Aoun e Salam sta crollando, e non solo tra gli sciiti. Anche chi voleva pace ora ha paura.
Trump dice che è stato proibito bombardare, ma Netanyahu fa quello che vuole. Questa claim dichiarazione è vuota.
55 villaggi evacuati per sempre? È un direct impact impatto diretto enorme. Non è solo guerra, è ristrutturazione forzata del territorio.
Costruire un ponte temporaneo dopo che hanno distrutto tutto... la response risposta è lenta, ma almeno qualcuno agisce.
E se Israele decidesse di colpire di nuovo domani? La risk rischio è che ricominciamo da zero.