Quando la memoria della vittima adotta il linguaggio del carnefice

C’è una macabra irony nella cronaca che arriva dal nord della Galilea e dai confini con Gaza. Mentre i radar intercettano droni e i bambini nelle scuole elementari sostituiscono l’ora di disegno con le shelter drills , la società israeliana sembra vittima di quel «guasto tecnico» di cui scriveva la satira egiziana anni fa, come ci ricorda Odeh Bisharat sulle pagine di Haaretz: una breve interruzione di pace subito corretta dal ritorno alla normality della guerra. Ma questa normalità non è un incidente; è il prodotto di una existential stance che affonda le radici in un trauma irrisolto, trasformando la memory in un’arma di offesa permanente.

Per decenni, la narrazione ufficiale dello Stato ebraico ha intrecciato i fili della Shoah con quelli della necessità militare. L’imperativo del «Mai più» è stato declinato non come un universal commitment contro la deumanizzazione, ma come una licenza speciale alla absolute militarization . In questo perimetro psicologico, il mondo è un luogo intrinsecamente ostile e il nemico non è mai un attore politico con cui negoziare, ma l’incarnazione metafisica dell’oppressore. È la famosa Sindrome di Masada, ovvero la convinzione profonda che il resto del mondo sia ostile, che la distruzione sia imminente e che l’unica alternativa alla sottomissione sia la heroic resistance fino all’autodistruzione.

Il trauma della persecuzione, mai elaborato collettivamente se non in funzione della force , ha prodotto una società che vede il «nemico ovunque» per non dover guardare dentro se stessa. Se l’Iran, Hezbollah o Hamas sono sempre, invariabilmente, la «nuova Gestapo», allora ogni response – anche la più sproporzionata, anche la distruzione sistematica di infrastrutture civili in Libano o il genocidio per fame a Gaza – diventa un atto di legitimate defense . È il paradosso del perseguitato che, per esorcizzare lo spettro del proprio sterminio, finisce per adottare i methods , il linguaggio e la logica della forza bruta del proprio persecutore storico.

Le cronache degli ultimi giorni sono emblematiche. Mentre i tavoli diplomatici tentano faticosamente di tracciare linee di tregua, la politica israeliana – dalla coalizione di estrema destra di Netanyahu fino a parte dell’opposizione «sionista» – sembra provare un brivido di sollievo quando le bombe ricominciano a cadere. La nazione ritrova il suo cohesive identity . Senza il nemico, senza l’odore della polvere da sparo, lo Stato d’Israele sembra smarrire il senso del proprio esistere. È una forma di tossicodipendenza militarista. La «vittoria totale» promessa da Netanyahu è un concetto logico impossibile, un orizzonte che si sposta sempre un metro più in là.

Il costo di questa militarizzazione perenne non si misura solo in termini geopolitici; si scava nel profondo della psiche di un’intera generazione. Le testimonianze che emergono dal fronte di Gaza descrivono un fenomeno che la psichiatria militare fatica a etichettare: la «ferita morale». Non è la paura della morte (il classico PTSD), ma l’orrore di ciò che si è diventati. Soldati come «Yuval», programmatori high-tech trasformati in cecchini che sparano su adolescenti disarmati, o «Maya», che assiste impotente a rituali di umiliazione degradante sui prigionieri, confessano un crollo interiore. «Sentivo che non capivano che non ero una brava persona; l’esatto contrario», dice chi è tornato dal fronte venendo accolto come un eroe, mentre interiormente si sente un monster .

È qui che il cerchio del trauma si chiude: l’esercito che si autodefinisce «il più morale del mondo» produce migliaia di giovani che non riescono più a guardarsi allo specchio, tormentati dalle urla di prigionieri torturati con fascette elettriche o dal ricordo di civili sepolti dai bulldozer per «evitare malattie». L’istituzione militare, per proteggere il mito della propria purezza, ha iniziato a chiamare queste patologie «ferite d’identità», nel timore che il termine «morale» possa irritare i politici o mettere in discussione la narrativa della famosa «vittoria totale». Israele oggi si alimenta del proprio trauma e non vede più il volto delle proprie vittime, ma solo il riflesso del proprio diritto ancestrale a colpire per primo. Ma una società che ha bisogno della guerra per sentirsi viva e che vede nella pace un «guasto tecnico» da riparare al più presto, è una società che ha già perso la sua battaglia più importante. Quella con la propria umanità.

Reazioni 7

  • G
    giulia_roma

    Questa storia mi fa venire i brividi. Non è solo un political issue , è una malattia collettiva. Come fai a uscire da un ciclo dove la pace è vista come un errore?

  • D
    daniele_tn

    Hanno scambiato la sicurezza con l’odio. Ora non sanno più vivere senza il enemy . È triste, ma è anche una scelta politica ben precisa, non solo trauma.

  • S
    sara_mil

    Leggere di soldati che diventano vegetariani per l’odore dei cadaveri… è un dettaglio che ti ferma il fiato. È la guerra che divora anche chi la combatte. Il psychological cost è enorme.

  • R
    rocco_72

    La «vittoria totale» è un mito. Serve solo a giustificare l’expansion e il controllo. Lo sanno tutti, ma nessuno ne parla.

  • L
    lina_bz

    La memoria del carnefice… che titolo potente. Quando la vittima adotta il linguaggio dell’oppressore, la storia si ripete, ma al contrario. E nessuno vince.

  • M
    mario_ce

    Questo non è più stato, è un meccanismo di sopravvivenza malato. E il prezzo lo pagano i civili, palestinesi e israeliani. Chi ci guadagna? Il complesso militare-industriale.

  • N
    noemi_fvg

    Ma come fanno i bambini a crescere in una normalità dove il rifugio è più normale del disegno? È un collective trauma che si trasmette di generazione in generazione.

Il testo si basa su fatti ed è stato riadattato per l'apprendimento dell'inglese; le reazioni dei lettori sono esempi di prospettive diverse.

[email protected]