Dazi, l'accordo che non c’era: il conto politico dell’Europa che continua a rinviare
Mentre in gran parte d’Europa si celebrava la festa dei lavoratori, un annuncio lanciato da Truth Social ha squarciato l’aria festiva: i duties sulle auto e i camion europei diretti negli Stati Uniti sarebbero saliti al 25 per cento. Donald Trump, con il suo stile ormai riconoscibile, ha accusato l’Unione Europea di non rispettare agreement . Una frase secca, senza prove ma carica di conseguenze, che colpisce al cuore settori vitali dell’economia continentale: Germania, Francia, Italia e Spagna. Non è un incidente isolato, ma un nuovo atto di una strategia coherent che sfrutta l’instabilità transatlantica, già logorata da attriti su spese militari e presenza americana sul territorio europeo.
In Italia, il governo tenta di mantenere la calma mentre l’opposizione affonda i colpi. Elly Schlein, segretaria del Pd, ha attaccato direttamente Giorgia Meloni, chiedendosi se difenderà ancora una volta il suo "amico" Trump o finalmente gli interessi italiani. Ricorda anche che un promesso piano da 24 miliardi è svanito nel nulla. Dalla parte della maggioranza, Antonio Tajani sceglie un tono di realismo cauto: le mosse unilaterali sono inaccettabili, ma non ci sarà guerra commerciale se si torna al rispetto degli accordi. È un equilibrio fragile, sospeso tra diplomazia e pressione interna.
A Bruxelles, le parole si sprecano, ma le azioni si fermano alla soglia della denuncia. Bernd Lange, presidente della commissione per il commercio internazionale, parla di decisione inaccettabile e di un’alleanza reliable , riferendosi agli Stati Uniti. La Commissione europea, invece, si limita a dire che si riserva every possibility . È il linguaggio burocratico di chi non vuole chiudere porte ma non ha il coraggio di aprirne una. La Germania, osservatrice silenziosa ma allarmata, sa che qui non si gioca solo sull’export: Volkswagen, BMW e Mercedes sono pilastri dell’occupazione e del consenso sociale.
L’accordo violato, noto come Accordo di Turnberry, risale a luglio, quando Trump e Ursula von der Leyen si sono stretti la mano simbolicamente in Scozia. Prevedeva dazi al 15 per cento in cambio di maggiori acquisti di energia e armamenti americani. Ma a febbraio, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha invalidato la base legale di Trump, dichiarando illegittima la sua dichiarazione di emergenza economica. Da allora, l’accordo è entrato in una gray zone , con tariffe scese al 10 per cento ma senza fondamento stabile. Il problema, però, non è solo Trump: è l’incapacità dell’Ue di rispondere con unità e forza.
Perché alzare dazi di ritorsione richiede di mettere d’accordo ventisette governi, ognuno con interessi diversi. La Germania teme per il mercato automobilistico, i paesi dell’Est per la sicurezza, altri per legami ideologici con Trump. L’Europa ha il peso di un gigante, ma si muove come se affondasse nel swamp . La forza c’è, ma ogni passo è rallentato dalla paura di rompere gli equilibri interni. Da lunedì 4 maggio, ogni auto da Monaco, Torino o Parigi arriverà in America con un costo del 25 per cento più alto. Il messaggio è chiaro: finché l’Ue non troverà una volontà politica comune, ogni accordo con Washington resterà fragile, esposto alla revisione unilaterale.
Ancora una volta l'Europa parla ma non agisce. Quando capiranno che words le parole senza potere dietro non servono a niente?
A me interessa sapere quanto costerà davvero la mia prossima auto. Se i prices prezzi salgono, paghiamo noi mentre i politici discutono.
Meloni ha bisogno di difendere gli italiani, non gli amici americani. Questo è un betrayal tradimento degli interessi nazionali.
Trump è prevedibile. Il vero problema è che l'Ue non ha mai avuto una strategia comune. Un gigante con i piedi d'argilla.
La sentenza della Corte Suprema ha cambiato tutto. Ora l'Europa deve muoversi con più cautela, ma non può più aspettare.
Accordo di Turnberry? Sembrava una soluzione, ma era solo un illusion miraggio. Avevamo bisogno di sostanza, non di strette di mano in un campo da golf.